Il Mundial degli italiani

Il Mundial degli italiani

Sono già passati 35 anni eppure sembra ieri. 12.784 giorni ci separano un momento caratterizzato dalla capacità di restare impresso e presente come pochi altri nella storia del “Bel Paese”. Il trionfo nel Mundial 1982 non fu solamente un importante traguardo, pronto ad essere immortalato nell’almanacco sportivo ma ebbe un connotato simbolico capace di trascendere il piano agonistico e assurgere a momento di memoria collettiva, paradigma della resilienza tipica del nostro popolo che proprio in quel periodo cercava di fuggire da uno dei momenti più bui della propria storia.

Gli “anni di piombo” avevano portato a galla tensioni sociali fortissime, al punto da mettere a repentaglio il senso stesso di democrazia. Dal finire degli anni ’60 in Italia aveva preso piede una stagione che aveva dilaniato di dolore l’intera nazione. Una spaccatura, absit iniuria verbis per un salto dal possibile ma assolutamente non voluto retrogusto blasfemo, che caratterizzava anche la cronaca di quella che sarebbe poi divenuta una Nazionale mitica, allenata dal “vecio” Bearzot, figlia prediletta delle nostre ataviche ma bellissime contraddizioni. Le turbolenze che si aggiravano nei meandri del ritiro pre Mundial agirono a mo’ di terreno fertile per la stampa che si affaccendava nell’elaborare qualsivoglia teoria della cospirazione, dividendosi tra timidi possibilisti e cassandrini detrattori. Il prologo della manifestazione, costituito da tre deludenti pareggi contro Polonia, Perù e Camerun, non fece che aizzare i critici e mettere il gruppo azzurro fisiologicamente con le spalle al muro. Una posizione oggettivamente scomoda ma talvolta in grado di scatenare quella reazione di forza che ha contraddistinto molte delle imprese sportive (e non) compiute dalla nostra gente.

Fu una vera e propria “inversione a U” quella posta in essere dagli Azzurri nella seconda fase a gruppi, dove i nostri portacolori ritrovarono loro stessi procedendo come rulli compressori sulle pluridecorate Argentina e Brasile. Nel match contro i verdeoro, poi, esplose il nostro Pablito Rossi che con un’immarcescibile tripletta mise al tappeto Zico, Socrates, Falcao e compagni che dovettero subire inoltre le inarrestabili scorribande di Bruno Conti ed infrangersi su una diga chiamata Claudio Gentile. Seguì un secco 2-0 nella semifinale contro quella Polonia abile ad inchiodarci sul pareggio a reti bianche nel match inaugurale per arrivare in carrozza alla finalissima che ci vedeva opposti a quelli che potremmo definire i rivali di sempre della Germania.

Con un pizzico di orgoglio possiamo affermare come risulterebbe davvero superfluo riportare la cronaca di una partita divenuta patrimonio culturale della nostra Nazione, ennesima tacca messa sull’antagonismo sportivo infinito che imperversa tra queste due grandissime rappresentative. L’urlo iconico di Tardelli, le mani di Pertini protese al cielo, la Coppa del Mondo alzata da Capitan Zoff, gli infiniti caroselli nelle nostre città. Un momento di giubilo e redenzione sociale, una metafora perfetta del nostro modo di essere e vivere, sempre in bilico tra opposti, travolti dalla passione, incapaci di essere imprigionati in un abito asettico. Oggi, di nuovo, celebriamo quel giorno e ci sentiamo davvero più vicini.

Store FIGC